Informazioni per un mondo diverso e alternativo per un mondo di pace e giustizia

 

 

Fiere &Appuntamenti

Dove

  Nome Fiera 

          Data indicative

Padova

Salus

http://www.salusfiera.it

14/03/2008 al16/03/2008

Milano

Fa la cosa giusta

http://www.falacosagiusta.org/

11/04/2008 al 13/04/2008

Pordenone

Gaia 2008

http://www.gaiapordenone.it/

06/09/2008 al 14/09/2008

Perugia-Assisi

  Marcia della Pace

http://www.tavoladellapace.it/

Iniziative varie

visita il sito

Gubbio

Altro cioccolato

http://www.altrocioccolato.org

date da definire

     

Rimini

Ecomondo

http://www.ecomondo.com

05/11/2008 al 08/11/2008

Rimini

Notte dei senza dimora

 

Le date non sono ancora disponibili

Firenze

http://www.terrafutura.it/index.php    23- 25 Maggio -2008

 

 

 

 

I bambini di strada di Nairobi

 

 

Nairobi, 19 Febbraio

 Il racconto di Daniel …

alcuni giorni al centro Shamba di Soweto!

Non credevo che ad 11 anni la vita potesse già scoprirmi i suoi lati spigolosi. Ma sulla mia pelle restano impressi i segni, sulla mia mente il ricordo è ancora troppo fresco e tremendo. Perché proprio a me doveva accadere tutto questo...

Con lo sguardo assente e gli occhi rivolti ad un punto imprecisato della lamiera rimugina in modo ossessivo ciò che non avrebbe mai voluto vivere. Ed esistono cose che nessun ragazzino dovrebbe mai vivere. “Daniel” viene richiamato “leggi tu...”

Forse la lezione di classe terza è troppo complessa, forse sono io che non ci sto con la testa, ma oggi non frega proprio nulla. Chissà se stanotte accadrà ancora? Forse sarà meglio trovare un altra tettoia... ma dove? Di chi posso fidarmi? Mi accorgo che gli altri mi guardano e aspettano che continui la lettura da dove si erano interrotti. Ho anche perso il segno. Ridendo del mio errore il mio vicino mi indica la riga. Incrocio lo sguardo di Bonita... ormai ha capito che c'è qualcosa di strano nel mio comportamento.

Sono solo sei giorni che frequenta la “Shamba”, la struttura di riabilitazione per ragazzi di strada, ma già crea della confusione. L'altro giorno, durante la home visit, al posto di portarci a casa sua, ci ha fatto girare come delle trottole in una zona dove nessuno lo conosceva o poteva darci una mano per capire chi fossero i suoi genitori.

Se solo voi grandi sapeste... non è semplice vivere senza genitori... anzi, sapere che ci sono e non poter contare su di loro. Mamma è lontana, in un posto chiamato “Banana” e dall'anno scorso convive con uno strano uomo che non mi vuole. Papà, a cui ero stato affidato, torna la sera il più delle volte sbronzo ed ora ha perso la testa per quella gatta morta che mi odia. Ogni volta lei lo condiziona e mi fa sbattere fuori casa a suon di botte e parolacce. Solo dalla zia posso andare, ma papà non deve saperlo, sennò se la prende anche con lei.

Quando la lezione sarà finita, meglio far quattro chiacchiere, per capir che succede... inoltre gli altri ragazzi tra di loro dicono che  è stato violentato stanotte, là nel posto dove dormono i ragazzetti senza casa. Probabilmente è vero, è un “rito” che si fa con i nuovi arrivati per farli sentire sottomessi ai più grandi. Chissà se mi racconterà ancora bugie, se proverà troppa vergogna, ma non possiamo tralasciare questo fatto così, senza chiarimenti.

Quando è ora di parlargli lo troviamo in un angolo che piange... piange perché non poteva più tener dentro quella “bomba”, piange perché tutti già lo sanno... piange perché è ancora un bambino...

Perché la legge della strada mi punisce? Che ho fatto di male?Ora  questi “operatori della shamba” mi vogliono portare in ospedale, dicono che è importante... e se sarà il caso anche dalla polizia. Da quelli non ci voglio andare, poi magari pensano che sia un bugiardo... e se faccio il nome di quello, stanotte mi ammazza. No, dalla polizia non ci andrò. Ma con un cenno della testa faccio capir loro che accetto di andar almeno in ospedale... la mia voce è spezzata, sento questo “magone” che non mi vuole lasciare in pace.

Asciugate le lacrime e consolato, Simon, un altro operatore, lo fa preparare: un sapone per una doccia veloce, una maglietta nera con una scritta gialla, presentabile almeno davanti al dottore, una pacca sulla spalla e via. Fuori dalla “Shamba” il clima è più disteso e personale. Camminando tra il verde delle piante e il giallo del mais Daniel si confida... ormai non ha più nulla da perdere. Racconta dove abita...

...ed il resto lo scopriranno quando arriveranno a casa mia. Anzi, quasi quasi li porto da zia...lei potrà meglio comprendermi. Papà è troppo irresponsabile e poi, in questi 3 mesi in cui ho vissuto in strada non ha mai mosso un dito.Si cammina, cammina ed ecco la casa...

Che ci fa qui mamma?Ha portato anche il mio fratellino...ha solo un anno, ma è cresciuto un sacco dall'ultima volta che l'ho visto! Però non mi assomiglia molto...

Simon vuole che mamma ed io ci rechiamo alla “Shamba”, lei accetta. Sono contento di rivederla, dopo un po' di coccole non me le negherà.

E' quasi mezzogiorno e muoversi sotto il sole fa sudare tutto il gruppetto. La struttura comunque non è cosi distante. Gli sguardi degli altri ragazzi, che nel frattempo si accingono ad una sfida a pallone, sono poco interessati ai nuovi arrivati. Il tavolo dove 2 ore prima si studiava è diventato ora banco di prova, banco di verità, di decisioni importanti. Kangendo, detta anche mama Daniel, si prepara ad affrontare dei perfetti sconosciuti che le hanno riportato il figlio. I lineamenti chiaramente della tribù Kikuyu, non lasciano intravedere sentimenti. Seria, dubbiosa, incredula.

Mamma è strana, ma sono contento sia tornata a cercarmi. Si vede che mi vuole bene. E se al posto di essere vissuto con papà fossi stato con lei, sarebbe successo tutto questo? Mio fratello è proprio carino, non piange se lo tengo un po' in braccio anch' io, forse sente che sono “di casa”... Ma quanto hanno da parlare ancora questi operatori con mamma? Dicono di me. Si, anche quella storia di stanotte dovevano tirar fuori, uffa! Aspettiamo.

E con lo sguardo perso nel nulla, col suo atteggiamento tranquillo e pacato, Daniel rimane seduto vicino a mamma. Il fratellino, con un maglioncino verde e bianco di lana che lascia intravedere scuciture trascurate, mostra due enormi mocci secchi sul naso. Gioca col filo di lana. Kangendo è determinata nell'amore verso suo figlio ritrovato. Lo riporterà a casa, anche se questo potrà comportare problemi con l'attuale convivente. Ci dice che risolverà tutto. La forza del suo amore non ammette ostacoli. Si alza, una stretta di mano con tutti e esce dalla stanza. Banana non è così vicino, dovrà prendere 2 pulmini per tornare a casa, meglio si sbrighi.

Con mamma al mio fianco sono felice, mi volto a guardare quegli sconosciuti che mi hanno accolto per 6 giorni... sono tutti ammassati alla porta perché non me ne vada senza salutarli. Alzo la mano e loro sorridono. Chissà perché seguono proprio i ragazzi di strada, non è cosi bello dormir fuori e rubare per mangiare. Ma da ora, per me, non è più così.

 

 

 

 

 

A Casa Nostra

Parlare di povertà evoca spesso scenari lontani, i paesi del Terzo Mondo, laddove fame, guerre, regimi, ingiustizie sociali e quantoaltro, mietono migliaia di vittime.

Parlare di povertà in un paese sviluppato come il nostro, nelle nostre città dove il benessere si vede e talora si ostenta, sembra un vocabolo forse un po’ “esagerato”, fuori luogo, parola che aveva senso usare magari nel dopoguerra ma non certo oggi. E se proprio dobbiamo usarla, facciamo riferimento a qualcosa di residuale, non certo per indicare l’immagine della nostra società.

Già perché tutto, comunque, si misura in percentuali, anche i problemi; quanto più un problema riguarda una percentuale bassa rispetto al totale, tanto più diventa un problema secondario, insomma un problema di pochi.

Torniamo alla povertà, quella di “casa nostra”; ma chi sono i poveri? Sono un problema così “grave”, nel senso letterale della parola, ha davvero un peso così rilevante?

Cominciamo a dare un volto al problema e partiamo, come spesso si fa, dai “luoghi comuni”.

La povertà che abita soprattutto le nostre città ha il volto dei barboni, dei mendicanti, dei clochard, di chi “si sente” non appartenere ad un sistema sociale e se ne tira fuori, anche fisicamente “scegliendo” le stelle come tetto. Insomma la povertà come “scelta di vita”; che dire, ognuno si assuma le proprie responsabilità. Ma come se ci anticipassimo nel campo dei luoghi comuni; chi quotidianamente incontra il variegato mondo dei senza dimora e dei senza tetto sa bene quanto tutto ciò non corrisponda al vero: tante le ragioni per le quali si finisce “fuori”, tante ma non la “libera” scelta.

Allarghiamo un po’ la visuale e scopriamo che per essere poveri non bisogna necessariamente trovarsi in mezzo ad una strada. Ed ecco tornare in gioco le cifre, le percentuali frutto di ricerche che indagano tra le pieghe della società usando la lente economica o quella sociale; e così si scopre che un certo numero di persone forse non si possono definire strettamente povere (le etichette si appiccicano sulla base di precisi parametri) ma sicuramente, come dire, “non se la passano bene!”.

Allora è più opportuno usare altre definizioni, meglio adatte a descrivere quel senso di insicurezza e instabilità che rende sempre più sfumati i confini tra chi e sopra o sotto certe soglie, tra chi è “incluso” e chi è “escluso” dalla società; parole come vulnerabilità, precarietà, “nuove povertà”… Sì perché non è solo una questione di soldi a definire i confini. Si scopre una zona grigia sempre più ampia dove povertà è anche fragilità di relazioni, precarietà lavorativa, insicurezza sociale, inadeguatezza ad un sistema dominato dalla competitività e dalla produttività, malattia.

I parametri, le soglie, le cifre, i sondaggi fanno sempre più fatica a tracciare il disegno. E così si scopre che se da un lato le disuguaglianze sociali si acutizzano (una fascia di ricchi che diventano sempre più ricchi e di poveri che diventano sempre più poveri), c’è tutta un’ampia “terra di mezzo” dove si rischia sempre più spesso di trovarsi, forse non ancora classificabili come poveri, ma indubbiamente in uno stato di insicurezza crescente reale e percepita.

Di fronte a questo scenario si scopre allora che la povertà non è concetto spaziale e temporale da noi poi così remoto. Si scopre una povertà che abita le nostre città, il nostro quartiere, il nostro condominio, una povertà che ha un volto meno riconoscibile rispetto a certi clichè e forse proprio per questo ancor più “pericolosa” in quanto invisibile.

La povertà non più solo come condizione economica oggettivamente misurabile, ma come senso di insicurezza, di instabilità. E’ come camminare su una fune, in equilibrio precario, con il timore di cadere e l’ancor più dolorosa paura di non trovare nulla e nessuno ad attutire il colpo. Anzi un senso di inadeguatezza e persino di vergogna che isola, emargina, ti fa sentire un peso. “Poveri equilibristi”, vite spese in uno sforzo costante per non precipitare, vite “sopravvissute”, vite dove c’è spazio solo per l’essenziale, per quello che permette di tirare a fine mese. Il resto è “un di più” destinato solo a chi “se lo può permettere”.

A fronte di ciò l’equazione povero = “chi non ha” risulta quantomeno inadatta. Povertà è anche e, forse soprattutto, esclusione da un sistema sociale dove si vedono calpestati diritti di cittadinanza che dovrebbero essere irrinunciabili e strenuamente difesi, dove l’accessibilità agli stessi è talora resa impossibile, vite sospese tra diritti negati e reti di sostegno troppo spesso sfilacciate, dalle maglie sempre più larghe, frutto di mutamenti sociali che spezzettano la coesione delle comunità, ma anche di scelte politiche che intaccano e minano lo stato sociale.

Decisioni politiche dunque che si giocano anche sul terreno della responsabilità morale ed etica laddove le scelte si intrecciano con i poteri forti che dettano legge, che costruiscono sistemi sociali sempre più dominati dal profitto, dalla competitività, sistemi sempre più “esclusivi” dove non c’è spazio per tutti. Ma non commettiamo il solito errore di pensare la responsabilità politica come questione che interroga solo i politici, le istituzioni.

Tutti siamo responsabili della società che costruiamo o distruggiamo. Sono anche le scelte di vita di ciascuno a creare più o meno giustizia o ingiustizia sociale, terreno su cui le scelte della politica, della finanza, dell’economia possono o meno incidere, possono o meno indirizzarsi verso la giustizia sociale, la coesione, la moralità, oppure verso il profitto che non guarda in faccia a nessuno, l’individualismo, l’immoralità e l’ingiustizia. Non partire dal basso, dalla responsabilità individuale che si fa certo anche responsabilità collettiva, quando scegliamo i “nostri” rappresentanti politici, ma anche quando ci si pensa individui sì, ma in un contesto sociale che chiede relazioni, attenzione, sostegno di chi è in difficoltà, significa assumersi la responsabilità di lasciare le cose come stanno, di aderire solo formalmente a grandi slogan che invitano a sconfiggere la povertà, basta poco, basta un sms al modico costo di 1 euro.

Tratto da Consumi Etici

Io Anna Maria appartengo alla nuova realtà dei  così detti"nuovi poveri" e devo dire che il quadro che emerge da quanto scritto è lo specchio di ciò che vivo emotivamente durante la mia giornata quotidiana.

 

 

Visita il sito www.emergency.firenze.it oppure invia una mail a

 

 

 

 

 

Il mio nome è mai più ( Liga Jova Pelù )